La traiettoria di Gesualdo Bufalino è quella di uno scrittore che arriva tardi, ma arriva con una forza rara: una biografia segnata dalla guerra, un rapporto intensissimo con la Sicilia e una lingua che sembra lavorata a lungo, quasi cesellata. In queste pagine ricostruisco chi era, quali libri contano davvero, perché la sua prosa continua a dividere e affascinare, e quali luoghi aiutano a leggerlo meglio dentro la storia culturale del Mediterraneo. Chi cerca un autore da capire sul serio, qui trova una mappa utile e concreta.
Tre coordinate per orientarsi subito tra vita, libri e stile
- Il suo esordio arriva nel 1981, con Diceria dell’untore, quando ha già 61 anni.
- La sua Sicilia non è decorativa: è memoria, ferita storica, lingua e paesaggio umano.
- La prosa unisce sintassi classica, lessico ricco e un’ironica distanza dai toni troppo solenni.
- I luoghi decisivi sono Comiso, Palermo e Vittoria, che formano una vera geografia letteraria.
- Per iniziare a leggerlo senza blocchi, il punto d’ingresso più solido resta Diceria dell’untore.
Chi era Bufalino e perché conta ancora
Nato a Comiso nel 1920, insegnante per gran parte della vita e autore affermato solo in età matura, Bufalino è uno dei casi più interessanti della letteratura italiana del Novecento. Io lo considero un autore da leggere con attenzione storica, perché la sua voce non nasce da un successo improvviso, ma da una lunga sedimentazione di esperienza: studi interrotti dalla guerra, prigionia, malattia, ritorno in Sicilia, anni di insegnamento e poi l’esordio narrativo che cambia tutto.
Il punto decisivo è questo: non debutta tardi per costruirsi un’aura, ma perché la materia della sua scrittura ha bisogno di maturare. Nel 1981 pubblica Diceria dell’untore e vince il Premio Campiello; nel 1988 arriva il Premio Strega con Le menzogne della notte. Tra queste due date si disegna il profilo di uno scrittore che sa tenere insieme memoria privata e storia collettiva, senza ridursi mai a una testimonianza piatta. Secondo Treccani, la sua lingua ha una forte impronta classica, arricchita da arcaismi e invenzioni lessicali: è una definizione sobria, ma molto precisa.
Per capire perché lo si legge ancora, basta chiedersi cosa resta oggi di un autore che scrive di malattia, di identità, di rovina e di sopravvivenza. Resta il fatto che quelle domande non sono affatto archiviate, e Bufalino le affronta con un rigore che non invecchia. Da qui conviene passare ai libri, perché è nelle opere che il suo profilo diventa davvero leggibile.
I libri che hanno costruito il suo profilo
Io partirei da un elenco ragionato, perché con Bufalino la cronologia aiuta a non perdersi: ogni libro aggiunge un tassello e chiarisce meglio il precedente. Non è uno scrittore di un solo centro tematico, ma un autore che varia su alcuni nuclei forti: memoria, tempo, malattia, Sicilia, finzione, aforisma.
| Opera | Anno | Perché conta |
|---|---|---|
| Diceria dell’untore | 1981 | Il romanzo d’esordio: sanatorio, dopoguerra, amore, morte e una lingua già pienamente riconoscibile. |
| Museo d’ombre | 1982 | Memorie di Comiso e attenzione alle parole che scompaiono: è un libro-archivio, non solo narrativo. |
| Argo il cieco ovvero i sogni della memoria | 1984 | Spinge ancora di più sul rapporto tra visione, ricordo e perdita, con una costruzione molto sorvegliata. |
| Il malpensante. Lunario dell’anno che fu | 1987 | Mostra il Bufalino aforistico: frasi brevi, pensiero condensato, gusto per la sentenza intelligente. |
| Le menzogne della notte | 1988 | Il romanzo che gli vale il Premio Strega e conferma la sua maturità narrativa. |
| Calende greche | 1995 | Un’autobiografia immaginaria, utile per capire quanto la sua prosa ami la maschera e il falso ricordo. |
La linea che unisce questi testi è chiara: Bufalino non scrive per accumulare trame, ma per tornare ossessivamente sugli stessi materiali, cambiandone la forma. Il risultato è un’opera molto coerente, in cui ogni libro sembra interrogare il precedente. Ed è proprio la forma a renderlo inconfondibile, perché la sua lingua è il vero luogo in cui tutto si decide.
La sua lingua è il vero centro dell’opera
Se devo spiegare Bufalino in una frase, direi che è uno scrittore per cui la parola non è solo mezzo, ma materia viva. Treccani lo riassume bene parlando di una sintassi classica e di un lessico ricco di arcaismi e neoformazioni. Tradotto in modo semplice: non cerca la trasparenza immediata, cerca una precisione espressiva che tenga insieme eleganza, memoria e controllo.
Memoria e lessico
La memoria, nei suoi libri, non è nostalgia generica. È un archivio di nomi, mestieri, oggetti, strade, voci, formule del parlare quotidiano. Quando salva una parola, Bufalino salva anche un frammento di mondo. È qui che la sua Sicilia smette di essere cartolina e diventa storia concreta: un intreccio di abitudini, stratificazioni sociali, rovine e continuità.
Questo spiega perché molti lettori avvertono una densità quasi “antica” nella sua prosa. Non è un vezzo stilistico: è un modo per dire che il tempo lascia tracce e che la lingua può ancora registrarle. Da questa attenzione al dettaglio nasce anche la sua capacità di trasformare luoghi e persone in materia letteraria senza impoverirli.
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Ironia e aforisma
L’altro tratto decisivo è l’ironia. Bufalino non è mai davvero grave nel senso rigido del termine: sa tenere a distanza il patetico, e spesso lo fa con la forma breve dell’aforisma. In raccolte come Il malpensante, questa tendenza si vede molto bene: la frase si chiude, si compatta, si fa lama. Ma non è cinismo; è un modo per difendersi dal sentimentalismo facile.
Questa combinazione di rigore e ironia è una delle ragioni per cui il suo stile resta vivo. Non si limita a “decorare” i contenuti: li orienta, li filtra, li rende leggibili. E da qui il passo verso i luoghi non è lungo, perché in Bufalino la geografia non fa sfondo, fa parte della sostanza.
Comiso, Palermo e la Sicilia come paesaggio morale
Bufalino si capisce davvero solo se si guarda alla sua geografia. Comiso è il punto d’origine, il luogo della formazione affettiva e linguistica; Palermo entra come spazio della malattia e della soglia; Vittoria chiude la biografia, ma anche una certa traiettoria morale. In mezzo c’è la Sicilia iblea, con il suo carattere stratificato, fatto di centro abitato, campagna, memoria barocca e vita di provincia.
- Comiso è il cuore della sua memoria narrativa: strade, nomi, abitudini e parlato locale diventano materia di scrittura. Nella Fondazione Bufalino sono conservati circa 10.000 volumi della sua biblioteca personale, oltre a carte e manoscritti.
- Palermo è legata all’esperienza del sanatorio e al clima del dopoguerra, che alimenta Diceria dell’untore. Qui il paesaggio non è turistico: è clinico, sospeso, interiore.
- Vittoria entra come punto finale della vicenda umana, ma anche come parte di quella mappa ragusana che nei suoi testi non smette mai di riaffiorare.
Per un lettore che ama la cultura mediterranea, questa dimensione è preziosa: Bufalino mostra una Sicilia che non si esaurisce nel folklore, ma diventa laboratorio di memoria storica. Ed è proprio questa concretezza dei luoghi a rendere utile leggere le sue opere con una mappa mentale in mano, non per rigidità, ma per capire meglio come il territorio si fa linguaggio.
Perché leggerlo oggi senza farsene intimidire
Il rischio più comune è pensare che Bufalino sia un autore “difficile” nel senso scoraggiante del termine. In realtà è esigente, sì, ma non opaco. Il trucco è non chiedergli una lettura rapida: chiede attenzione, riprese, gusto per la frase densa. In cambio offre molto di più di una semplice trama.
- Se vuoi entrare nel suo mondo dalla porta principale, inizia con Diceria dell’untore: è il libro in cui si vede meglio il rapporto tra malattia, amore e linguaggio.
- Se ti interessa la Sicilia come memoria culturale, passa a Museo d’ombre: lì trovi il Bufalino più legato ai luoghi, ai nomi e alle sparizioni del tempo.
- Se preferisci una scrittura più concentrata e sentenziosa, apri Il malpensante: è il lato aforistico dell’autore, molto utile per capirne il pensiero.
- Se vuoi un romanzo di piena maturità, scegli Le menzogne della notte: qui la costruzione narrativa è più ampia e il premio Strega non è un dettaglio accessorio.
Il consiglio che do sempre è semplice: non cercare in Bufalino una prosa “facile”, cerca una prosa che restituisca complessità senza perdere misura. Se lo si affronta con questa disposizione, il risultato è molto più ricco di quanto sembri a una prima lettura. Ed è anche il motivo per cui continua a parlare a lettori diversi, non solo agli specialisti.
Un autore da leggere come si visita un luogo
Io leggerei Bufalino come si visita una città del Sud: senza fretta, seguendo le stratificazioni, lasciando che piazze, vicoli e memorie dicano qualcosa che non si coglie subito. Ogni libro aggiunge un livello in più, e alla fine il ritratto che emerge è quello di uno scrittore che ha saputo trasformare la propria esperienza biografica in una forma letteraria molto riconoscibile.
Se stai costruendo un itinerario culturale in provincia di Ragusa, Comiso e Vittoria bastano già a restituire il suo profilo umano; se invece vuoi entrare nella sua opera, il punto di partenza più solido resta Diceria dell’untore. Da lì in poi, il resto non è una semplice lista di titoli: è un dialogo continuo tra storia, lingua e memoria, cioè il terreno più fertile per capire davvero uno scrittore come lui.
